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Rassegna Stampa: da Repubblica “Uomini o animali”, una contrapposizione che non ci piace

Vi segnaliamo questo articolo del quotidiano Repubblica. Un’analisi approfondita di molte dinamiche tra uomo e animale che però non ci trova d’accordo in almeno due punti: il proporre una scelta netta tra un mondo degli uomini e uno degli animali, quando l’uomo gestisce gli animali da millenni e, nella parte in cui si parla del cinghiale, l’assenza della voce e dell’apporto dei soli che possono riuscire a risolvere il problema, i cacciatori.

Uomini o animali

LongreadAnimali

Inchiesta sulla battaglia contro orsi, lupi e cinghiali che divide l’Italia

In un Paese abituato a dividersi su tutto, e con una radicalità di posizioni che si traduce spesso nella condanna all’impotenza, c’è un conflitto antico quanto le specie viventi che ha popolato le cronache di questa estate di orsi, lupi, cinghiali. In uno schema amico-nemico, vita-morte, l’animale che fugge l’uomo che gli dà la caccia, che lo abbatte per difendere ciò che gli è caro – la casa, la vigna, il podere, il gregge, la mandria – è diventato alternativamente occasione di apologo della libertà o, al contrario, personificazione della nostra paura ancestrale di essere improvvisamente e nuovamente anche prede e non solo predatori. Gli orsi sono finiti in tribunale, i cinghiali sono diventati materia di emendamenti al “Decreto semplificazione” post-covid. Abbiamo perciò fatto un viaggio in questo impazzimento italiano, per provare ad afferrarne la sostanza, dunque le ragioni e gli interessi. Raccontando gli animali, ma soprattutto gli uomini, per ciò che sono. Dunque, per ciò che vogliono. Provando a indicare una strada che ci sottragga a un’alternativa del diavolo. Uomini o animali, appunto.

In principio fu per la vita…

Il sacrificio di Daniza, la resistenza di Papillon e con loro un solco profondo che divide pastori e animalisti, indigeni e turisti, comunità montane e Stato italiano. Sono trascorsi ventun anni da quando il Parco Adamello Brenta, la Provincia Autonoma di Trento e l’Istituto Nazionale della Fauna Selvatica decisero di salvare un piccolo nucleo di orsi da una inevitabile estinzione in Slovenia. Nacque così il progetto Life Ursus, che decollò grazie a un finanziamento dell’Unione Europea. Tra il 1999 e il 2002 vennero rilasciati dieci orsi e a ognuno fu assegnato un nome: Masun, Kirka, Daniza, Joze, Irma, Jurka, Vida, Gasper, Brenta, Maya.

Gli orsi rilasciati dal 1999 al 2002. Da sinistra in alto: Masun, Kirka, Daniza, Joze, Irma, Jurka, Vida, Gasper, Brenta e Maya

Uno studio di fattibilità realizzato qualche mese prima aveva dato risultati incoraggianti, sia in termini di spazi che di consenso: 1.700 chilometri quadrati sembravano più che sufficienti per ospitare gli orsi e più del 70% della popolazione si espresse a favore della loro introduzione in quell’area. Tra il 2002 e il 2003 si registrarono il primo e il secondo parto. Oggi si stima che gli orsi siano ormai un centinaio, il doppio di quelli previsti sulla carta.
E qui cominciano i problemi.

…poi fu questione di morte

Troppi esemplari in poco spazio, con poco cibo a disposizione. Gli orsi attaccano le greggi al pascolo, si avvicinano ai recinti, insidiano malghe e casere, attaccano gli uomini. La gente del posto non li chiama più orsi ma “grandi carnivori” e scompaiono anche i nomi che vengono sostituiti da sigle come M49, Dj3, Jj5. Il gruppo Facebook “Malghe unite-grandi carnivori” è una macabra galleria fotografica di carcasse, ognuna con la propria data, con la propria storia, con lo sfogo del pastore vittima di turno dell’assalto.

“Noi badiamo alle nostre pecore, lo Stato badi ai suoi orsi”, protestano evidenziando insieme uno strappo e la linea di confine che gli orsi hanno finito senza colpa per tracciare. “Di qua noi, di là gli orsi e tutti coloro che li difendono”. Non c’è più mediazione, non c’è più spazio per la concertazione. E questo indirizza anche la linea della Provincia Autonoma di Trento, che con il suo presidente Maurizio Fugatti si schiera a favore della cattura, della castrazione e, all’occorrenza, anche dell’abbattimento degli animali problematici, in aperta contrapposizione con il ministro all’Ambiente Sergio Costa. Oggi, il numero certo di animali giovani e adulti presenti è pari a 66, dei quali 27 maschi e 39 femmine. La stima della popolazione complessiva, prendendo in considerazione anche la quota dei cuccioli nati nel 2019,  si aggira tra gli 82 e i 93 esemplari.

Il sacrificio di Daniza

Nel 2014, l’attenzione degli animalisti si spostò in quest’area delle Alpi centrali per la morte di Daniza. Fu uccisa da un fucile spara siringhe ai piedi delle Dolomiti. Era arrivata nel 2000 dalla Slovenia ma a Ferragosto, insieme ai suoi due cuccioli, aveva aggredito un cercatore di funghi nella foresta vicino a Pinzolo. Venne dichiarata “pericolosa” e si aprì la caccia intorno alla Val di Borzago. Nei giorni precedenti erano state segnalate incursioni a Spiazzo e Bocenago, con l’uccisione di alcune pecore. La Provincia Autonoma di Trento ne ordinò prima l’abbattimento e poi solo la cattura. Una volta circondato, all’animale fu sparato un proiettile farmacologico carico di Zoletil, un sonnifero.

L’orsa Daniza con i suoi cuccioli

Daniza si sarebbe dovuta addormentare per essere catturata dalla squadra d’emergenza, ma da quel sonno profondo non si svegliò più.  Le informazioni sull’operazione vennero documentate da una nota burocratica della Provincia di Trento: “In ottemperanza all’ordinanza che prevedeva la cattura dell’orsa Daniza, dopo quasi un mese di monitoraggio intensivo, la scorsa notte si sono create le condizioni per intervenire, in sicurezza, con la telenarcosi. L’intervento della squadra di cattura ha consentito di addormentare l’orsa, che tuttavia non è sopravvissuta. È stato possibile catturare con la medesima modalità, per poi prontamente liberarlo, anche uno dei due cuccioli, che è stato dotato di marca auricolare per assicurarne il costante monitoraggio. A tal fine sul posto è già operativa la squadra d’emergenza”.

Immediata arrivò la nota dell’allora ministro all’Ambiente Gian Luca Galletti: “Davvero una brutta notizia. Mi preme la sorte dei due cuccioli. Vanno seguiti e protetti per garantirne il costante benessere e consentire loro di diventare adulti. Così come vanno adottate le migliori soluzioni per l’intera popolazione di orsi del Trentino, Veneto, Lombardia e Friuli. Facciamo in modo che quanto accaduto ci serva da insegnamento per il futuro”.

Le foto di Daniza e dei suoi cuccioli si moltiplicarono sui social network, gli animalisti insorsero minacciando tutti coloro che nell’uccisione avevano avuto una parte, persino il raccoglitore di funghi aggredito nel bosco. Fu l’incipit. Di un prima e di un dopo. Perché il sacrificio di Daniza cambiò tutto.

Orsi, nemici e amici

Papillon, o di un maschio problematico

Da un anno, ormai, in Val di Fiemme rimbomba l’eco delle gesta di M49, o Papillon, un orso che, a suo modo, è destinato a entrare nelle leggende che si tramandano in queste valli del Trentino.  È un maschio problematico, che si fa subito riconoscere per le sue incursioni: divora mucche, pecore, entra nei recinti delle malghe.

Il 14 luglio 2019, viene catturato e rinchiuso nel recinto al Casteller, costruito nel 2007 proprio per gli orsi problematici. Dopo meno di un’ora, scavalca il recinto elettrificato, resiste alle scosse che dovrebbero farlo desistere e si allontana. La fuga gli vale il soprannome “Papillon”, in omaggio a Henri Charrière, il celebre evaso dalla colonia penale dell’Isola del Diavolo, nella Guyana francese. Seguono altri mesi di scorribande, con attacchi e predazioni. Il 28 aprile 2020, M49 viene catturato di nuovo e, stavolta, viene castrato. Ma la sua detenzione dura poco. Meno di quattro mesi.

La notte del 26 luglio, evade nuovamente, saltando prima la tripla recinzione elettrificata e quindi sfondando la rete elettrosaldata. Lo segue nella fuga Jj4, un altro orso detenuto. I forestali riescono a seguirlo grazie al radiocollare ma, dopo qualche giorno, riesce a togliersi anche quell’arnese. “Un’impresa leggendaria”, dice qualcuno. E una petizione che chiede al presidente Fugatti di lasciarlo libero, visto che non ha mai attaccato l’uomo, raccoglie 50 mila firme.

La voce delle malghe

“M49 mi ha ucciso una vitella. Eravamo affezionati a quell’animale. L’ha rincorsa per quasi un chilometro, fino a che non l’ha presa. L’ha uccisa per gioco, perché avrà mangiato sì e no un chilo di carne. Guardate qua le foto, questa è la nostra trincea”. Andrea Palù, titolare della malga Sette Selle di Torcegno (Trento), racconta quel giorno ancora con trasporto. “Non è tanto il danno economico, farei volentieri a meno dei soldi che ci danno di risarcimento. Io mi tengo il mio animale, ma lo Stato badi ai suoi orsi. Qua non si dorme più di notte, per la paura che torni. La sera devo spostare le vacche in una zona più bassa e poi c’è anche un problema di sicurezza per noi pastori. In molte zone il telefono non prende, cosa facciamo se quell’animale ci assale?”.

Fare questo mestiere, per molti, è una scelta di vita. Emilio Zorzi, 59 anni, di Castello Molina di Fiemme, frazione Predaia, lavora insieme al figlio Martin: “L’orso ha attaccato una delle mie manze il giorno di Ferragosto. Era al settimo mese di gravidanza. Lui sente l’odore del vitello in grembo, uccide la madre per prendersi il cucciolo. Se penso a come è morta mi viene ancora da piangere. Dovrebbe essere eliminato o catturato, anche se comunque la bestia non ha colpa. La colpa è di chi lo porta qua. Noi facciamo agricoltura di montagna, ed è dura. Non possiamo essere costretti a combattere anche contro M49”.

Da sinistra: Andrea Palù, Emilio Zorzi, Enrico Tarquini e Giacomo Broch

Enrico Tarquini, 21 anni, anche lui della frazione Predaia di Castello Molina di Fiemme, mette l’accento su un altro aspetto: “Non ho avuto uccisioni ancora, ma le mie bestie sono sempre più impaurite. Non sono belle e grasse, sono stressate. Avvertono il pericolo, sia dei lupi che degli orsi. Non hanno più sonno e anche l’alimentazione non è corretta. Io sono un contadino e mi ritengo un contadino: amo questa mia vita. Viviamo con le bestie 365 giorni all’anno. Non è come lavorare in fabbrica. Quando la vacca partorisce rimaniamo con lei tutta la notte. Per noi sono membri della famiglia, non animali”.

Giacomo Broch, 43 anni, padre di tre figli, vive a Passo Cereda, a 1.400 metri di altitudine, con 60 vacche da latte. “È una trincea. La zootecnia nelle nostre valli stava scomparendo. C’era stato un forte recupero in questi 20-30 anni, ma questa incertezza nella gestione dei grandi carnivori sta minando quelle che sono le ultime certezze. Da noi ci sono anche tanti hobbisti, persone che hanno anche 15-20 pecore. Dal punto di vista paesaggistico sono importantissimi perché puliscono i terreni. Se scompare questa fascia di operatori o se si estinguono gli allevatori di montagna, chi si prende cura di queste zone da cartolina? I risarcimenti possono variare dai 1000 ai 1.200 euro, ma per noi gli animali non sono un numero, ognuno ha un nome e una storia. Io ho la Masha, la Linda, la Lella. L’orso fa pena ma alla pecora sbranata nessuno ci pensa”. Nel 2019 ci sono stati 274 attacchi (sia da parte di orsi che di lupi) e sono stati liquidati circa 200 mila euro.

“Gli orsi hanno superato quota 100 e imbattersi in questi animali è sempre più facile”, ragiona Gianluca Barbacovi, presidente della Coldiretti Trentino Alto Adige. “Il territorio è molto antropizzato, i paesi sono a stretto contatto con il bosco. Quanto ai risarcimenti, non sono mai convenienti: oltre alla perdita economica c’è il valore affettivo, e poi una vacca che fa parte della stalla produce latte, quindi il danno è spalmato su più anni. Ci sono problemi di aborti spontanei, tutto questo non viene risarcito. Molti allevatori mi chiamano disperati, se va avanti così la pastorizia saranno in tanti a mollare. Se questo è un territorio da cartolina è anche grazie a loro”.

Infografica di Roberto Trinchieri

Uomini contro orsi. E uomini contro uomini

Uomini contro orsi, dunque. E uomini contro uomini. In ragione degli orsi. Il presidente della Provincia Autonoma di Trento Maurizio Fugatti contro il ministro all’Ambiente Sergio Costa, per esempio. Mentre M49 si aggira nella Val Rendena Fugatti firma prima un’ordinanza di cattura e poi un’altra che dà facoltà ai forestali di sparare all’animale in caso di necessità. Costa lo diffida. La frattura si allarga e inizia un braccio di ferro tra Roma e Trento. Nel frattempo, Papillon attraversa il paese di Castello di Fiemme, dove entra nel giardino della casa del sindaco. Una notte, compie un tour delle malghe del Redebus. Scende dalla Panarotta, attraversa la Valsugana, risale la Vigolana e fa razzia a malga Valli, a cavallo tra Besenello e Folgaria sulla Scanuppia. Monta la rabbia tra gli allevatori ma cresce sempre più anche il fronte degli animalisti, capeggiati dalla Lav.

Scrive il blogger di montagna Alessandro Ghezzer: “Ora è nuovamente in fuga l’orso M49, scappato per la seconda volta da Casteller. Ma se la prima fuga dal carcere di massima sicurezza ha il sapore della beffa, la seconda fuga dimostra in tutta la sua nitidezza l’incompetenza. Non c’è una banda di complici che lo libera, non ci sono animali arrivati a salvarlo. Solo l’incompetenza, ridicola, dei suoi carcerieri che non ne hanno fatta una giusta sin dall’inizio.

Questa storia non ha nulla di epico, se non la pervicace ostinazione di un governatore che vuole un trofeo per le prossime elezioni. E di un orso che si dimostra più resiliente di tanti umani”. Sabato 22 agosto, Diego Balasso, un carabiniere di 24 anni in servizio ad Andalo (Trento), viene attaccato da un orso, probabilmente M57, un esemplare di due anni e mezzo e del peso di 121 chili. L’animale esce all’improvviso da un sentiero e corre verso il militare, lo fa cadere e inizia a graffiarlo. Il carabiniere prova a difendersi in tutti i modi, anche scagliandogli contro lo smartphone e il portafoglio. Miracolosamente si salva. L’orso viene catturato e Fugatti firma una nuova ordinanza che dispone la cattura degli esemplari che si avvicinano ai centri abitati

“L’Italia contadina sapeva come rapportarsi con questi animali.  Sapevano in quali periodi l’orso va a mangiare le bacche e quindi è meglio girare alla larga. C’era un’etica della natura. Tutto questo si è brutalmente spezzato quando le masse contadine sono entrate nelle pianure, nelle città, con l’industrializzazione”, sostiene Enrico Alleva, etologo e accademico dei Lincei, presidente della Federazione italiana scienze della natura e dell’ambiente. “L’unico modo per sanare la frattura è riportare il cittadino metropolitano verso una alfabetizzazione della natura, con le scuole e le oasi del Wwf”.

Alfabeti

Di cultura della convivenza parla anche Luciano Sammarone, direttore del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, dove vive il Marsicano, sottospecie dell’orso Bruno, una sessantina di esemplari presenti. “Qui da noi l’orso non è mai scomparso. Abbiamo alle spalle cento anni di parco nazionale, con una norma che in così tanto tempo ha fatto la differenza. Nessuno mette più in discussione la presenza dell’orso. È normale che ci sia. Per esempio, in questi giorni c’è una femmina con quattro cuccioli che gira per il paese, è l’orsa Amarena.  La gente di Villalago ci convive, la osservano, la fotografano. Per lei è uno stress ma la convivenza nel complesso è buona”.

Esiste quindi un punto d’incontro tra l’esigenza di conservare una specie unica al mondo e la tutela della pubblica incolumità. A 700 chilometri da Trento ecco un esempio di come uomini e grandi carnivori possano coesistere senza traumi. “Il paradosso qui è l’estremo opposto”, continua Sammarone.” Siccome gli animali sono tranquilli, la gente pensa di poter fare quello che gli pare e piace, anche fotografarli a meno di 50 metri di distanza. Spesso le persone perdono di vista i diritti degli animali”.

L’anno scorso, la notte della vigilia di Natale, un’orsa di 7 anni è stata travolta e uccisa nel comune di Castel di Sangro. Il suo cucciolo l’ha vegliata tutta la notte, finché i forestali non hanno trovato la carcassa. Dante Caserta, vicepresidente del Wwf Italia, ha lanciato un accorato appello sul rispetto dei limiti di velocità da parte degli automobilisti: “ll futuro dell’orso bruno marsicano è appeso a un filo”.

Attenti al lupo

All’inizio di agosto, un allevatore della Val di Susa si è ritrovato quindici agnellini morti. L’alpeggio, nel Parco naturale Gran Bosco di Salbertrand, è tra le zone dell’arco Alpino in cui i lupi sono tornati da più tempo, già dai primi anni Settanta, per poi spostarsi verso Est e Sud ripopolando tutto l’arco delle nostre grandi montagne, dalle quali, al contrario dell’Appennino dove sono sempre rimasti, erano praticamente scomparsi.

Il gregge era custodito da un pastore esperto, che aveva montato il recinto elettrificato e posto a protezione dei suoi animali due cani da guardia. Gridare “Al lupo, al lupo!”, non è soltanto automatico, è anche giustificato vista la presenza di parecchi branchi in zona. Eppure, dopo i primi accertamenti svolti dai  guardiaparco, dai carabinieri forestali e dal veterinario dell’Asl, i lupi sono stati scagionati. Nella zona, lungo un crinale, erano infatti stati avvistati due cani neri, due randagi, e il fatto che i cani da pastore maremmani che dovevano proteggere il gregge non lo abbiano fatto è stato un indizio importante.

I responsabili del Parco hanno scelto da subito la prudenza: “Le informazioni che acquisiremo ci permetteranno di rendere più efficace la missione cui siamo chiamati come partner del progetto europeo Life WolfAlps: la convivenza tra uomini e lupi”. E le indagini hanno accertato che a sbranare gli agnelli erano stati proprio i randagi, che erano riusciti anche a scavare sotto la recinzione.

Infografica di Roberto Trinchieri

Ad agosto inoltrato, invece, un branco di lupi ha sbranato 29 pecore nel territorio del Comune di Mompantero, in provincia di Torino, sulle pendici del Rocciamelone, ancora una volta in Val di Susa. E la notizia che gridare “Al lupo!” fosse giustificato l’ha data anche in questo caso l’Ente di gestione delle aree protette delle Alpi Cozie, con il veterinario dell’Asl che ha certificato sia il numero dei capi, sia la causa.

Nonostante, anche in questo caso, ci fossero due cani di guardiania, i lupi sono riusciti a spaventare le pecore e fare in modo che rompessero la recinzione. Uno dei cani è rimasto ferito; dell’altro si sono perse le tracce, ma gli esperti hanno ipotizzato che abbia continuato a fare il suo lavoro con le pecore che sono riuscite a scappare, circa trenta, e si trovi perciò insieme a loro sulle rocce più alte, come già accaduto in passato.

In queste due storie piemontesi è la sostanza del compito difficile a cui sono chiamati gli scienziati, che studiano il lupo, gli allevatori, che ne subiscono danni economici, e le autorità locali e nazionali chiamate a fare verifiche ed eventualmente risarcire i danni.

Un pastore maremmano con il suo gregge

“Un problema di ordine pubblico”

Francesca Marucco è project manager e coordinatore scientifico del progetto Life WolfAlps, che gestisce finanziamenti europei proprio per la conservazione del lupo e degli habitat prioritari a garantire la presenza di specie selvatiche. “I lupi predano animali domestici, su questo non c’è dubbio – dice la scienziata – come gli orsi, sono una specie opportunista e molto adattabile. Prediligono zone a basso impatto antropico dove si cibano soprattutto di animali selvatici, però dove riescono, e qui nasce il problema della prevenzione, dove gli si lascia la possibilità perché non ci sono sistemi di dissuasione, arrivano a predare i domestici. Gli attacchi di randagi sono frequenti e sono un problema, ma è nostro compito impegnarci per sostenere gli allevatori in questa convivenza difficile. Il progetto Life WolfAlps serve proprio a questo. La prima tranche è stata finanziata dal 2013 al 2018, adesso abbiamo ottenuto un nuovo finanziamento, che andrà avanti fino al 2024”.

In Italia le eccellenze nel campo della conservazione delle specie sono tante: i fondi europei nell’ambito del progetto “Life”, che si divide poi in branche diverse a seconda delle specie, sono molto ambiti, ma i nostri ricercatori riescono ad assicurarseli con progetti innovativi ed efficaci. Proprio il progetto di Marucco è stato premiato come “Best Life Awards” in Europa, e ha battuto la concorrenza di nazioni come la Svezia, dove il problema del conflitto tra specie selvatiche e attività umane è stato affrontato prima. Eppure, nonostante queste eccellenze e le misure messe in campo, la provincia autonoma di Trento, dove si contano circa 13 branchi per un’ottantina di esemplari, parla di “problema di ordine pubblico” e ha chiesto il ricollocamento dei grandi carnivori.

Il progetto Life WolfAlps, vincitore del premio europeo “Best Life Awards” nel 2019

Gli allevatori delle Alpi orientali, è un dato di fatto, sono meno abituati alla presenza di lupi e orsi, poiché, nel caso dei primi, i branchi hanno cominciato a colonizzare quelle zone soltanto negli ultimi venti anni. Ma anche i sindaci delle Alpi Occidentali, ai quali ha dato voce Uncem, l’unione dei comuni montani, hanno lamentato che “il numero di lupi è in crescita. Come lo sono le aggressioni alle greggi sui versanti alpini e appenninici”.

Numeri e approssimazioni

Già, il numero. Che si parli di lupi, o che si parli di orsi, quando il conflitto tra uomo e predatori si acuisce, invece che a numeri precisi spesso si ricorre a un termine indefinito come “troppi”. In proposito, da tempo Luigi Boitani, etologo, zoologo, divulgatore scientifico e tra i primi in Italia a studiare la popolazione di lupi, non perde occasione per rimarcare: “La definizione di ‘troppì è relativa. Non ci possono essere ‘troppì orsi o lupi in assoluto. Bisogna decidere se il loro numero è elevato rispetto ad altre condizioni. Una nazione dal territorio esteso e densità di popolazione bassa come la Norvegia ha stabilito con una legge in Parlamento che nel Paese non possono esserci più di sei branchi di lupi. È una decisione politica, niente a che vedere con considerazioni di equilibri naturali”.

Quali siano queste condizioni è, ancora una volta, oggetto di discussione e contraddittorio: i lupi, come gli orsi, sono specie protetta e come tale per quanto li riguarda non sono previsti abbattimenti programmati (come avviene invece per i cinghiali) tanto che chi, come il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, sostiene che si debba diminuirne il numero, parla di ricollocamento o firma ordinanze che definiscono alcuni animali specifici un problema di ordine pubblico, un problema per la sicurezza. Ma se gli orsi sono stati protagonisti di incontri-scontri con l’uomo, per i lupi, per quanto nell’immaginario collettivo siano un pericolo per i bambini da Cappuccetto Rosso in poi, non ci sono casi accertati di attacchi all’uomo. Anzi, quando è successo la colpa è stata, indiscutibilmente ed inequivocabilmente, dell’uomo.

Cappuccetto Rosso in un’illustrazione di Gustave Dore

Il lupo di Otranto

È il caso del “lupo di Otranto” dello scorso luglio, che aveva azzannato al polpaccio una turista che faceva jogging nella zona dei Laghi Alimini. Il lupo non aveva paura del suo nemico principale, aveva già strattonato una bambina mordendole il vestito, era un vero pericolo. Il suo era un comportamento anomalo: i lupi vivono in branchi, rifuggono l’uomo, non si muovono di giorno. Quando l’animale è stato catturato, grazie all’esperienza dei tecnici venuti dalla Majella, si è scoperto che aveva i segni di un collare e si trattava di un esemplare tenuto in cattività, riuscito a scappare o liberato. Qualcuno, infrangendo la legge che impedisce la cattura e l’addomesticamento di specie selvatiche, aveva anche infranto il delicato equilibrio che regola i rapporti tra l’uomo e le specie non domestiche, basato sulla reciproca diffidenza, su una sana paura che invita a tenersi distanti gli uni dagli altri. Il lupo è finito rinchiuso, la sua dimestichezza con l’uomo lo ha condannato al carcere a vita.

Il lupo di Otranto catturato il 15 luglio 2020

“Da 150 anni in Italia non si ha notizia di scontri tra lupi e uomo – conferma Boitani – In Abruzzo, dove c’è la più alta densità di visitatori delle aree protette, con due milioni di presenze l’anno, non si parla di pericolo lupi. Anche gli allevatori, visto che in quelle zone il lupo non è mai scomparso, sono più abituati alle predazioni. I pastori portano sempre con sé un bastone anche per usarlo come difesa: un lupo che attacca un uomo è poca cosa, pesa al massimo 40 chili, sono molto più temibili i cani da pastore abruzzesi”.

Ma i danni alle attività umane ci sono e possono essere ingenti, perché, come nel caso della Val di Susa, arrivano a riguardare un intero gregge. “Se gli allevatori lamentano un serie di danni a carico del bestiame vanno ascoltati e sollevati dal peso economico del danno patito, ma non per questo vanno eliminati orsi o lupi”, dice in proposito il ministro dell’Ambiente Sergio Costa, da sempre sulle barricate per evitare l’abbattimento o la cattura degli animali. Per questo esiste il progetto Life WolfAlps, “il cui obiettivo finale – dice la coordinatrice Marucco – è favorire un processo per la convivenza tra attività economiche e specie”. Negli ultimi 20 anni progetti simili sono stati avviati anche sull’Appennino e si fondano soprattutto su un cardine: sensibilizzare gli allevatori sulla necessità di proteggere il bestiame con cani da guardiania, recinti elettrificati, dissuasori acustici e luminosi. Perché la responsabilità individuale dell’uomo resta primaria.

La convivenza consapevole

“A fare la differenza è la presenza dell’allevatore – dice Marucco – è lui che deve usare i sistemi di prevenzione in un certo modo e che deve avere l’esperienza per valutare il rischio in maniera consapevole. Mentre in alcune zone dell’Italia peninsulare questa esperienza non è mai venuta meno, o come è accaduto nelle Alpi Orientali c’è stato il tempo per acquisirla, nelle nuove zone di ricollocazione del lupo come il Trentino o il Veneto spesso l’allevatore è esposto agli attacchi dei lupi per la prima volta”. L’impatto sociale di questi incontri, sottolinea la scienziata è enorme: “I sistemi di prevenzione funzionano, ma talvolta c’è la difficoltà a cominciare a utilizzarli. Sfruttiamo al massimo i finanziamenti europei, li usiamo per promuovere la convivenza. Avviamo iniziative per aiutare economicamente gli allevatori, come l’ecoturismo, e cerchiamo di sensibilizzare i visitatori al fatto che la convivenza con i lupi ha un costo, perché bisogna prevenire gli attacchi. Per questo è nato il marchio “Terre da lupi”, proprio per valorizzare i prodotti che nascono in zone dove si cerca questa convivenza tra attività umane e lupi”.
Le strategie per promuovere la convivenza non possono comunque prescindere da conoscenze sempre più approfondite sull’espansione dei nel nostro Paese. “Gli ultimi dati certi sull’arco Alpino risalgono al 2018 ed esistono molti studi dettagliati, ma riferiti a zone separate, riguardo l’Italia peninsulare – spiega Marucco -. In questi due anni, la popolazione è cresciuta ovunque, le Alpi occidentali sono ormai completamente occupate e siccome il lupo è un animale territoriale, i giovani si spostano altrove, in zone collinari come le Langhe, il Roero, nelle zone del Centro Est delle Alpi, nei territori di montagna di Veneto e Trentino, mentre la Lombardia è meno occupata”.

L’esigenza di un censimento della popolazione di lupi è ribadita anche dal ministro Costa: “L’equilibrio uomo animale è un tema lungamente affrontato da sempre. Ma non dimentichiamo che più l’uomo aggredisce la biodiversità animale o vegetale più la natura reagisce. Noi tutti dobbiamo accettare che non esiste natura senza un’adeguata flora e fauna – dice il titolare dell’Ambiente -. L’equilibrio tra biodiversità naturale e uomo non è mai un elemento statico, ma sempre dinamico, perché cambiano continuamente le condizioni di base. Quindi, solo un sano e scientifico monitoraggio consente di ottenere il miglior equilibrio in un determinato momento. Solo dopo questa valutazione, squisitamente scientifica e per la quale abbiamo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale si possono valutare piani di intervento”.

Fonte: isprambiente.gov.it – 2018

Proprio l’Ispra coordina un ambizioso e fondamentale progetto di monitoraggio nazionale sui lupi, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e dal progetto Life WolfAlps. “Per la prima volta – dice Marucco – potremo avere numeri precisi sia della popolazione delle Alpi, sia di quella dell’Italia peninsulare. Dal primo ottobre al 30 marzo oltre 2 mila persone tra carabinieri forestali, guardie delle province autonome, personale dei parchi regionali e nazionali,  volontari, tutti opportunamente formati secondo protocolli rigorosi, reperiranno dati precisi dal Nord alla Calabria”.

Rigore scientifico, innanzitutto, ma infine una considerazione, che è alla base del rapporto di convivenza: perché lasciare che la presenza del lupo si espanda, fino ad avvistare gli animali alle porte di Roma, alle soglie di case che sembravano prima solo e decisamente ambiente urbano e non naturale? “Non tutto ha un valore economico – conclude Marucco – Ci sono dei processi naturali: i lupi sono tornati perché ci sono più foreste e perché sono tornati ad abitarle gli ungulati come caprioli e cinghiali.

Spesso si tratta di processi che non ha deciso nessuno, ma abbiamo capito a livello mondiale che la natura e i suoi equilibri sono importanti, così abbiamo normative comunitarie e nazionali che ci impongono la difesa della biodiversità. Queste decisioni noi le abbracciamo, consapevoli che negli equilibri naturali ci sono dei conflitti, su tutti i fronti, dal delfino che dà fastidio ai pescatori, al cinghiale che crea danni all’agricoltore. Ma dobbiamo perseguire la convivenza, senza estremismi, con soluzioni che dimostrino che c’è spazio per tutti”.

Gli esperti

Un animale politico

Il cinghiale è un animale politico. Non nell’accezione che le attribuiva Aristotele, dunque per il nostro bisogno naturale all’associazione. Ma nel senso che poche altre specie sono diventate un mezzo per conquistare voti, alienarseli, o infiammare la discussione nelle aule dei consigli regionali o in Parlamento come i cinghiali.

Del resto, per avere la prova di quanto i danni che i cinghiali recano all’agricoltura e le campagne di ambientalisti e animalisti per salvarli finiscano per essere centrali nell’agone del dibattito politico lo dimostra la denuncia Lav di una settimana fa. Si tira in ballo il Decreto semplificazione all’esame del Parlamento, che deve esprimersi sulle disposizioni per la semplificazione e l’accelerazione dei procedimenti amministrativi nelle materie dell’agricoltura e della pesca. In mezzo (come spesso accade nei decreti dove finisce un po’ tutto), visto che si parla di agricoltura, ci finiscono anche i cinghiali, perché ItaliaViva-Psi presentano al Senato alcuni emendamenti per il prolungamento di un mese della caccia a questa specie. La Lav insorge, sostenendo che “si punta a sparare di più agli animali selvatici” mentre “la politica degli abbattimenti ha già dimostrato la sua inefficacia”.

Un milione di cinghiali

È solo l’ultima contrapposizione aperta tra chi vuole il via libera per abbattimenti programmati e, in alcuni casi, anche possibilità di sparare a vista, e chi sostiene invece che questi ungulati causano danni che si possono limitare in altro modo. Che i cinghiali siano aumentati non è soltanto un’impressione dettata dalle dichiarazioni allarmate delle associazioni degli agricoltori, o dalle fotografie circolate durante il lockdown, che immortalavano famigliole grufolanti vicino ai cassonetti e a passeggio nelle piazze di alcune delle nostre città. Stabilire però quanti sono è assai più difficile che per orsi o lupi, perché i cinghiali ci sono sempre stati e, almeno fino a un certo punto, a nessuno è venuto in mente di contarli, né di proteggerli. Si vada a parlare con qualcuno che abita in Maremma o in Sardegna, che non sia cacciatore o animalista: probabile che la prima cosa che dirà sarà che si è trovato scrofa e piccoli nel vialetto di casa. Oppure, fornirà la sua ricetta per il sugo o la salsiccia.

Fonte: isprambiente.gov.it – 2018

Il conflitto tra cinghiali e attività umane parte infatti da due presupposti: il primo è che da sempre al cinghiale si spara per mangiarlo e la battuta con “braccata” è per i cacciatori una delle attività più esaltanti. Il secondo, riguarda la prolificità della specie, adattabilissima, onnivora, capace di alimentarsi di ghiande nel bosco, come di immondizia, e di fatto, quasi priva di predatori a parte l’uomo. I cinghiali, come gli altri ungulati, hanno beneficiato dell’aumento di foreste in Italia, di zone naturali protette, e come tutti gli animali, occupano gli spazi dove trovano cibo, in estate soprattutto acqua, e calore in inverno.

“Dobbiamo immaginare che per animali come i cinghiali la città è un insieme di opportunità – dice lo zoologo dell’Ispra Andrea Monaco, che durante il lockdown ha osservato appunto alcune di queste incursioni – Siamo noi umani a pensare che starebbero meglio in boschi e campi, in realtà gli animali sono mossi più o meno dagli stessi principi che regolano i fenomeni di inurbazione umana: vanno alla scoperta di territori e talvolta scelgono di restarvi”.

Ma parlare di emergenza è un’esagerazione. Piero Genovesi, zoologo ed esperto di conservazione animale, responsabile del Servizio per il coordinamento della fauna selvatica dell’Ispra, osserva: “C’è stato un forte aumento della popolazione di cinghiali, anche perché il nostro Paese rappresenta un contesto particolarmente idoneo a questa specie. Stiamo provvedendo a fare una fotografia più aggiornata della popolazione di questi ungulati e valutando anche una revisione delle linee guida per la loro gestione, ma parlerei di situazione problematica e non di emergenza”. Secondo gli esperti dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, infatti, si è passati dai circa 300mila dell’inizio del secolo ai 900mila del 2010. Al momento, sempre con una certa approssimazione, se ne stimano oltre un milione.

Un miliardo di euro

Questo milione di cinghiali, o almeno una buona parte di essi, secondo Stefano Masini, responsabile di ambiente, territorio e consumi della Confederazione nazionale Coldiretti, causa danni all’agricoltura per un miliardo di euro all’anno. “In molte aree la convivenza con i cinghiali è talmente difficile – afferma Masini – che gli agricoltori sono costretti ad abbandonare le attività. Questo in un momento in cui le calamità naturali li mettono in ginocchio. E non vengono risarciti”.

Quello dei risarcimenti è un altro punto chiave dell’importanza politica dei cinghiali: da sempre, sostegno e risarcimenti agli agricoltori sono alla base del consenso politico in alcune regioni, e appunto regionali sono i regolamenti che stabiliscono come e quali fondi destinare ai danni portati alle colture dagli animali selvatici. I risarcimenti vengono però concessi se il coltivatore ha adottato misure utili a tenere gli animali lontani dal suo campo.

“Non c’è una bacchetta magica per risolvere il problema – dice Genovesi – è dagli anni Ottanta che se ne discute. Ciascuno deve fare la sua parte: gli agricoltori devono collaborare per valutare i danni e fare prevenzione, i cacciatori devono cambiare alcune abitudini perché la braccata uccide più spesso i grossi maschi, lasciando più femmine, cosa che crea ulteriori squilibri nella popolazione. Sarebbe necessario un piano nazionale, piuttosto che interventi scollegati”.

Infografica di Roberto Trinchieri

Valeria Salvatori, biologa dell’Istituto di ecologia applicata di Roma, spiega cosa viene suggerito agli agricoltori per evitare i danni fatti dai cinghiali. “La prevenzione è fondamentale – sottolinea l’esperta – perché le colture sono estremamente appetibili per un cinghiale, un animale fortemente opportunista, che per natura valuta come ottenere del cibo nel modo che implica minor dispendio di energia. Un agricoltore che non protegge il suo campo con un recinto elettrificato è come un civile che in tempo di guerra, sapendo che in quella strada ci sono dei cecchini, va a fare una passeggiata”. E le recinzioni devono essere rinforzate, perché i cinghiali negli ultimi anni sono diventati più grossi a causa dell’incrocio con esemplari inseriti in Italia dall’Ungheria proprio dai cacciatori quando la popolazione di animali, negli anni Cinquanta, era più scarsa.

“Come gattini”

Nei conflitti tra uomo e animale la responsabilità di evitarli può ricadere soltanto sugli uomini, e in questo senso, riguardo ai cinghiali non è stato fatto molto. In più, se prima visto un cinghiale si immaginava lo stufato, e gli animali sapevano di doverci temere, adesso troppi ritengono che prendersi cura della fauna selvatica sia trattarla come gli animali domestici. Oltre alla protezione dei campi, nel nostro Paese stenta infatti a passare il concetto base che gli animali selvatici non vanno avvicinati e che non devono abituarsi al nostro cibo e alla nostra spazzatura.

Qualche sera fa, in un ristorante sulle colline sopra a Tuoro sul Trasimeno, in Umbria, si sono intravisti degli animali vicini alla porta della cucina del locale: erano una scrofa con due piccoli, che grufolavano tranquillamente. Avvertiti della presenza dei cinghiali, i proprietari hanno risposto, come se parlassero di gattini: “Sì, lo sappiamo”, con un aplomb che lasciava intendere una frequentazione assidua e più che tollerata. Niente di più pericoloso, perché, spiega Salvatori, “le madri quando hanno i cuccioli tendono ad essere più aggressive e in ogni caso una corretta gestione della fauna selvatica non può prescindere dal dissuadere sempre e comunque gli animali dall’avvicinarsi alle attività umane”.

Una cinghialessa con i suoi cuccioli

L’atteggiamento del ristoratore umbro contrasta con il racconto fatto alle agenzie di stampa lo scorso 29 luglio dal titolare di un’azienda agricola di Santa Cristina di Gela, nel palermitano. “Mi trovavo nel mio vigneto con il mio trattore – ha raccontato Franco Calderone – quando ho sentito dei rumori. Erano alcuni cinghiali, forse una ventina, che scavavano. Mi sono subito diretto verso il trattore. Nel frattempo, sono arrivati altri cinghiali. Mi giravano attorno, ma non se ne andavano. Non potevo fare nulla, perché non avevo il telefono cellulare, mi ha salvato la circostanza che avessi il trattore. Hanno iniziato a scavare in cerca di cibo, hanno divorato le radici di non so quante viti. Non è la prima volta che mi trovo faccia a faccia con i cinghiali. E non è la prima volta che subisco danni economici. Mi sono rivolto alle autorità, ho presentato denunce. I danni sono lì, mi auguro che mi risarciscano”.

Se non si può far leva sui danni alle colture, si cerca di sensibilizzare al problema con il pericolo per l’incolumità delle persone, anche se gli esperti sono concordi nel dire che a parte le madri che attaccano per proteggere i piccoli, i cinghiali percepiscono l’uomo come predatore, più che come preda. “Quello della sicurezza stradale è un problema accertato – obietta Masini della Coldiretti – e in ogni caso i cinghiali sono un pericolo, un’emergenza alla quale nessuno vuole dare una risposta. Dichiarano inammissibili i nostri emendamenti e ci negano i tavoli di lavoro. La nostra categoria è disperata”.
Carla Rocchi, presidente dell’Ente nazionale protezione animali, è di diverso parere: “Agricoltori e cacciatori fanno fronte comune. Non c’è un’emergenza, le loro valutazioni partono da un solo presupposto: vogliono poter sparare agli animali selvatici come gli pare. E quanto agli incidenti stradali, sono più quelli causati in un anno dai monopattini, che dai cinghiali”. Le associazioni di difesa degli animali da sempre si oppongono non soltanto alla caccia, ma anche abbattimenti selettivi proposti dalle Regioni. Questi interventi devono comunque sempre avere il parere dell’Ispra, che valuta sia i calendari venatori, sia ogni singolo piano di caccia di selezione chiesto dalle Regioni per contenere i danni.

Sulla pelle dei cinghiali

Annamaria Procacci, relatrice della legge 157/92 sulla caccia e consigliera responsabile per la fauna selvatica dell’Enpa, ricorda che la normativa nazionale stabilisce l’uso di metodi ecologici per limitare le popolazioni di animali selvatici e di cinghiali in particolare. “In Italia non si vuol sentire parlare di prevenzione – dice Procacci – gli agricoltori si lamentano a ragione dei danni, ma non considerano che la caccia disperde il branco e non fa che aumentare il numero dei cinghiali. Si continua a non voler neanche prendere in considerazione l’uso dell’immunocontraccezione, testata con successo in altri Paesi”.
In realtà, nonostante le applicazioni sperimentali condotte in Spagna, Stati Uniti e Regno Unito, l’immunocontraccezione per via orale non è ancora disponibile per i cinghiali e l’unica opzione sarebbe quella della cattura e della somministrazione mediante iniezione, soluzione palesemente inattuabile dal punto di vista pratico ed economico, per una specie che conta oltre un milione di esemplari solo nel nostro paese. “Che si tratti di soldi è indubbio – osserva la responsabile Enpa – perché il cinghiale è un business, la sua carne è commercializzata anche fuori dalla stagione di caccia, senza controlli sanitari, cosa che crea problemi per la salute.

Ci sono agricoltori e loro associazioni consapevoli e responsabili e l’Enpa vuole fortemente confrontarsi con loro. Il problema è che sulla pelle degli animali selvatici si dibatte a meri fini elettorali, senza capire che i voti portati dalla lobby dei cacciatori sono instabili, sicuri soltanto nel breve termine per mero interesse personale, mentre la coscienza ambientalista si sta radicando”. Fuori dalla politica per salvare, o per salvarsi da, il cinghiale, non resta che fare di tutto per tenerlo lontano dall’uomo, evitando di lasciargli scarti alimentari a disposizione e di avvicinarlo, anche perché dare da mangiare ai cinghiali è vietato per legge e prevede addirittura l’arresto da 2 a 6 mesi. E chi sta in campagna, se non lo fa per le sanzioni, dovrebbe farlo per il cane o il gatto di casa che, loro sì, da un incontro con un cinghiale hanno da temere quanto un campo di patate.

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